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Terzo aggiornamento sulla crisi economica attuale (al 31/03/2009)

Dal mese di ottobre stiamo analizzando l’andamento della crisi economica. La crisi odierna – dicevamo nei nostri precedenti articoli (2) - non è una delle solite crisi cicliche che colpisce il sistema capitalismo, ma è di quelle che avvengono ogni 60/80 anni.
Nei circa duecento anni di storia del capitalismo, fino ad ora si sono avute due grandi crisi che hanno determinato cambiamenti strutturali importanti nell’ambito del capitale: la crisi del 1873, che decretò la caduta dell’Inghilterra come superpotenza e l’ascesa di altri attori, in primis gli USA; la grande crisi del 1929 che ebbe effetti devastanti per circa un quarto di secolo e condusse alla seconda guerra mondiale; tale crisi di fatto aprì la strada agli USA nel ruolo di superpotenza.

La crisi odierna – pensiamo – sia molto simile a quella del 1929, riguardo le cause, la sua virulenza e gli effetti devastanti. Molti autori, come Krassimir Petrov (3) pensano che questa crisi possa essere addirittura peggiore di quella del 1929. Noi concordiamo e pensiamo che determinerà la caduta degli USA come superpotenza ed il suo ridimensionamento; inoltre accellererà il tramonto dell’occidente, già in atto.

Gli indici di borsa sono, in un certo senso, il termometro del sistema economico, in particolare l’indice Dow Jones Industrial Average, che misura i 30 titoli industriali più importanti della borsa di New York (NYSE) è il punto di riferimento mondiale. Pertanto, analizzando l’andamento di tale indice, si analizza l’anadmento del sistema economico e della crisi.

Nei nostri precedenti articoli (9 di ottobre 2008 e 22 novembre 2008) avevamo fatto la previsione di una possibile riduzione del Dow Jones fino al 90%. Oggi, a circa 5 mesi di distanza, continuiamo a pensare che il Dow Jones possa crollare del 90% ed oltre.

I motivi delle nostre convinzioni

Tutto è iniziato il 15 agosto del 1971, quando Richard Nixon, allora presidente degli Stati Uniti annuncia la fine della convertibilità in oro del dollaro. Sui motivi e su come si arriva a tale decisione invitiamo a leggere i nostri prcedenti articoli (4). Motivo ufficiale di tale decisione: “evitare che le casse della Federal Reserve si svuotassero completamente delle riserve auree”.

In realtà – pensiamo adesso, con l’analisi di come è venuta maturando la storia – la misura in oggetto venne dettata dal tentativo di sganciare l’economia dall’economia reale. Il sistema economico ha dei limiti oggettivi, oltre i quali non può andare, ossia la crescita, l’accumulazione capitalistica trova un limite nel numero definito della popolazione mondiale (che rappresenta la domanda massima di beni e servizi) e nel numero anch’esso definito e limitato dei lavoratori, utilizzando i quali è possibile il profitto e quindi l’accumulazione.

Oggi pensiamo che la decisione di abolire la convertibilità in oro del dollaro, sia stata dettata dal tentativo di forzare la crescita economica svincolandola dal proprio limite naturale. Che significa? La massa di denaro circolante fino a quel momento era ancorata alla ricchezza realmente esistente (rapportata all’oro); con la decisione di inconvertibilità del dollaro in oro, il denaro circolante si libera da questo limite, creando l’illusione che il sistema possa andare oltre i limiti naturali e crescere all’infinito con l’espansione del credito. Infatti, da quel momento in poi inizia la corsa all’indebitamento statunitense (5) e mondiale. Ma, al contrario di quanto hanno cercato di farci credere circa la crescita illimitata, il sistema prima o poi si sarebbe inceppato. Ed è quello che è successo.

Una volta che il denaro circolante non era più ancorato alla ricchezza reale, si è potuta creare una espansione artifíciale mediante l’indebitamento, il ricorso al credito. In particolare la causa dell’espansione spropositata di quest’ultimo ciclo economico trae origine dalle decisioni di Alan Greenspan (e delle lobby da lui rappresentate), che fra il 1987 ed il 2006 fu presidente della Federal Reserve, la Banca centrale statunitense. Alan Greenspan nel 2001, in meno di un anno ridusse il costo del denaro dal 6,50% al 2.50%, di conseguenza le banche che vivono prestando denaro a cambio di interessi, essendo gli interessi ormai bassissimi, al fine di aumentare i profitti si diressero alle famiglie più povere, con pochi ingressi e con grande probabilità di non poter pagare l’ipoteca. Tali prestiti assunsero il nome di “subprime”.

I bassi tassi di interesse e la deregolarizzazione del settore immobiliario finirono per attirare gli speculatori, che incontrarono nell’immobiliario l’opportunità di facili guadagni. Ciò fece aumentare artificialmente i prezzi degli immobili fino a 10 volte ed anche più il suo valore reale. Era facilmente prevedibile che prima o poi il sistema sarebbe crollato. Ed è ciò che sta succedendo.

Dunque, tutto ha inizio con la decisione, nel 1971, di svincolare l’economia dall’economia reale. Il capitale accumulatosi artificialmente, ben oltre i limiti, non permette una ulteriore accumulazione, ossia il capitale in circolazione è così tanto che non può più realizzare un adeguato profitto. Il capitale per poter nuovamente tornare ad essere proficuo, ossia riuscire a fare profitto, deve prima svalutarsi e liberarsi di tutto il capitale accumulato artificialmente.

Fino a che punto deve svalutarsi per poter tornare a fare i profitti? Noi diciamo che deve tornare al punto in cui tutto è iniziato, ossia al 1971. Tradotto in termini di indici di borsa e di Dow Jones diciamo che questo tornerà indietro a quando tutto è cominciato, appunto nel 1971.

Negli anni 70, a partire dal 1971 il Dow Jones sperimenta le prime crescite artificiali conseguenza dell’espansione del credito, ma le crisi di ristrutturazione del capitale che si ebbero in quel decennio lo ricondussero prontamente ad un ridimensionamento. Infatti, alla fine del 1979 l’indice Dow Jones era ai livelli del 1971 e addirittura inferiori.

Successivamente, la crescita artificiale incontrerà pochi ostacoli, anzi gli organi competenti, come la Federal Reserve, adottano tutto quanto in loro potere per alimentare  la crescita sfrenata.

I dati della crescita artificiale

La dimostrazione della crescita artifíciale dell’economia USA (e mondiale) è nell’analisi dei dati. Dopo la seconda guerra mondiale, tra il 1946 ed il 1970, che sono anni di crescita reale, l’economia USA si sviluppa ad un tasso medio del 6,4%; il Dow Jones ancorato all’economia reale cresce ad un tasso medio annuo del 6,7%, praticamente come l’economia reale (Tabella 1).

Tabella N. 1
Crescita del Prodotto Interno Lordo negli USA e dell’Indice Dow Jones
(1946 – 1970)

Anno

PIL

Var. %

Indice medio giornaliero Dow Jones

Var. %

1946

222,3

-0,4%

         191,46

12,9%

1947

244,2

9,9%

         177,48

-7,3%

1948

269,2

10,2%

         179,78

1,3%

1949

267,3

-0,7%

         179,67

-0,1%

1950

293,8

9,9%

         216,28

20,4%

1951

339,3

15,5%

         257,41

19,0%

1952

358,3

5,6%

         270,34

5,0%

1953

379,4

5,9%

         275,84

2,0%

1954

380,4

0,3%

         334,34

21,2%

1955

414,8

9,0%

         442,69

32,4%

1956

437,5

5,5%

         493,21

11,4%

1957

461,1

5,4%

         476,07

-3,5%

1958

467,2

1,3%

         491,26

3,2%

1959

506,6

8,4%

         632,57

28,8%

1960

526,4

3,9%

         618,02

-2,3%

1961

544,7

3,5%

         691,74

11,9%

1962

585,6

7,5%

         639,14

-7,6%

1963

617,7

5,5%

         714,69

11,8%

1964

663,6

7,4%

         834,09

16,7%

1965

719,1

8,4%

         910,70

9,2%

1966

787,8

9,6%

         872,78

-4,2%

1967

832,6

5,7%

         879,48

0,8%

1968

910,0

9,3%

         903,96

2,8%

1969

984,6

8,2%

         875,72

-3,1%

1970

1.038,5

5,5%

         753,12

-14,0%

Crescita 25 anni

160,2%

 

168,7%

Media annua

6,4%

 

6,7%

* Fonte: BEA per i dati del PIL, URL: www.bea.gov; dati Dow Jones elaborazioni Attilio Folliero su dati di fonte Samuel H. Williamson, "Daily Closing Value of the Dow Jones Average, 1885 to Present," URL: www.measuringworth.org/DJA/. Per i dati del Dow Jones cliccare. Dati del PIL in miliardi di dollari.

Nei 37 anni intercorsi tra il 1971 ed il 2007, come si evince dalla Tabella 2, non c’è più corrispondenza tra crescita economica, rappresentata dal PIL, di per se viziata dalla crescita artificiale del Dow Jones e la crescita virtuale dello stesso Dow Jones.

Tabella N. 2
Crescita del Prodotto Interno Lordo negli USA e dell’Indice Dow Jones
 (1971 – 2007)

Anno

PIL

Var. %

Indice medio giornaliero Dow Jones

Var. %

1971

1.127,1

8,5%

890,20

18,2%

1972

1.238,3

9,9%

1.020,02

14,6%

1973

1.382,7

11,7%

850,86

-16,6%

1974

1.500,0

8,5%

616,24

-27,6%

1975

1.638,3

9,2%

852,41

38,3%

1976

1.825,3

11,4%

1.004,65

17,9%

1977

2.030,9

11,3%

831,17

-17,3%

1978

2.294,7

13,0%

805,01

-3,1%

1979

2.563,3

11,7%

838,71

4,2%

1980

2.789,5

8,8%

963,99

14,9%

1981

3.128,4

12,1%

875,00

-9,2%

1982

3.255,0

4,0%

1.046,54

19,6%

1983

3.536,7

8,7%

1.258,64

20,3%

1984

3.933,2

11,2%

1.211,57

-3,7%

1985

4.220,3

7,3%

1.546,67

27,7%

1986

4.462,8

5,7%

1.895,95

22,6%

1987

4.739,5

6,2%

1.938,83

2,3%

1988

5.103,8

7,7%

2.168,57

11,8%

1989

5.484,4

7,5%

2.753,20

27,0%

1990

5.803,1

5,8%

2.633,66

-4,3%

1991

5.995,9

3,3%

3.168,83

20,3%

1992

6.337,7

5,7%

3.301,11

4,2%

1993

6.657,4

5,0%

3.754,09

13,7%

1994

7.072,2

6,2%

3.834,44

2,1%

1995

7.397,7

4,6%

5.117,12

33,5%

1996

7.816,9

5,7%

6.448,27

26,0%

1997

8.304,3

6,2%

7.908,25

22,6%

1998

8.747,0

5,3%

9.181,43

16,1%

1999

9.268,4

6,0%

11.497,12

25,2%

2000

9.817,0

5,9%

10.786,85

-6,2%

2001

10.128,0

3,2%

10.021,50

-7,1%

2002

10.469,6

3,4%

8.341,63

-16,8%

2003

10.960,8

4,7%

10.453,92

25,3%

2004

11.685,9

6,6%

10.783,01

3,1%

2005

12.421,9

6,3%

10.717,50

-0,6%

2006

13.178,4

6,1%

12.463,15

16,3%

2007

13.807,5

4,8%

13.264,82

6,4%

Crescita 1971-2007

269,2%

 

341,7%

Media annua (37 anni)

7,3%

 

9,2%

* Fonte: dati PIL BEA, URL: www.bea.gov; dati Dow Jones elaborazioni Attilio Folliero su dati di fonte Samuel H. Williamson, "Daily Closing Value of the Dow Jones Average, 1885 to Present," MeasuringWorth, 2008, URL: www.measuringworth.org/DJA/. Per i dati del Dow Jones cliccare. Dati del PIL in miliardi di dollari.

Però - come accennato – negli anni settanta la crescita artificiale, di cui si intravedono i primi segni dovuta al credito “illimitato” viene prontamente azzerata dalle crisi di ristrutturazione del capitale ed il Dow Jones alla fine del decennio (1979) è quotato mediamente 838 punti, valore addirittura inferiore alla media del 1971, quando era stato 890 (vedasi in seguito Tabella n. 4). 

Negli anni successivi la crescita del Dow Jones non trova praticamente ostacoli e si vede chiaramente in quanto non c’è alcuna corrispondenza con la crescita del PIL. Tra il 1979 ed il 2007, mentre il PIL passa da 2.563 miliardi dollari a 13.807 miliardi, quindi si incrementa di circa 4 volte, il Dow Jones passa da una media giornaliera di 844 punti a 13.178 con un incremento di quasi 15 volte! 

Nella Tabella 3 riportiamo il confronto tra crescita del PIL e crescita del Dow Jones in vari periodi: si nota facilmente che a partire dal 1979 la crescita media annua del Dow Jones è doppia rispetto al PIL. 

Tabella N. 3
Confronto tra crescita del PIL USA e crescita del Dow Jones in vari periodi

Periodo

Crescita % PIL nel periodo

Var. % annua

Crescita % Dow Jones  nel periodo

Var. % annua

1946 – 2007

429,5%

6,9%

510,5%

8,2%

1946 – 1970

160,2%

6,4%

168,7%

6,7%

1971 – 2007

269,2%

7,3%

341,7%

9,2%

1971 – 1979

95,1%

10,6%

28,6%

3,2%

1979 – 2007

185,8%

6,4%

317,3%

10,9%

1991 – 2007

89,0%

5,2%

184,3%

10,8%

1980 – 1990

85,1%

7,7%

128,8%

11,7%

1991 – 2002

60,6%

5,0%

133,7%

11,1%

2003 – 2007

28,5%

5,7%

50,6%

10,1%

* Fonte: elaborazione Attilio Folliero su dati delle tabelle precedenti

Dunque il Dow Jones deve liberarsi di tutta la sovraccumulazione di questi ultimi 30 anni e tornare praticamente al 1971, che in sostanza corrisponde al 1979, fatti salvi gli accrescimenti reali, in virtù del profitto.

Quale dovrebbe essere il valore attuale del Dow Jones?

Nella seguente Tabella 4, proponíamo il valore medio giornaliero del Dow Jones dal 1979 ad oggi e il valore che avrebbe dovuto avere in virtù di una crescita annua del 2% e del 3%, che rappresentano la crescita reale dell’economia; inoltre proponíamo il valore che avrebbe dovuto avere in virtù di una crescita annua del 5%, che rappresenta approssimativamente la crescita del PIL nell’ultimo ventennio e del 6,4%, la crescita annua del PIL USA tra il 1979 ed il 2007. Considerando che la crescita del PIL è influenzata dalla crescita artifíciale del Dow Jones, siamo propensi a scartare la crescita media annua al 5% ed al 6,4% e pensiamo che sia più realístico un Dow Jones che cresce del 2% o del 3% all’anno. 

Tabella N. 4
Valore medio giornaliero del Dow Jones e nelle ipotesi di un incremento medio annuo del 2%, 3%, 5% e 6,4%. Anni 1979-2009

Anno

Valore medio giornaliero del Dow Jones

Incremento annuo al 2%

Incremento annuo al 3%

Incremento annuo al 5%

Incremento annuo al 6,4%

1979

           844,40

        844,40

        844,40

        844,40

           844,40

1980

           891,12

        861,29

        869,73

        886,62

           898,44

1981

           932,95

        878,51

        895,82

        930,95

           955,94

1982

           884,53

        896,08

        922,70

        977,50

         1.017,12

1983

        1.190,78

        914,01

        950,38

      1.026,37

         1.082,22

1984

        1.178,55

        932,29

        978,89

      1.077,69

         1.151,48

1985

        1.327,99

        950,93

      1.008,26

      1.131,58

         1.225,17

1986

        1.793,10

        969,95

      1.038,51

      1.188,16

         1.303,59

1987

        2.277,53

        989,35

      1.069,66

      1.247,56

         1.387,02

1988

        2.061,48

      1.009,14

      1.101,75

      1.309,94

         1.475,78

1989

        2.510,34

      1.029,32

      1.134,80

      1.375,44

         1.570,23

1990

        2.679,45

      1.049,91

      1.168,85

      1.444,21

         1.670,73

1991

        2.929,04

      1.070,90

      1.203,91

      1.516,42

         1.777,66

1992

        3.284,08

      1.092,32

      1.240,03

      1.592,24

         1.891,43

1993

        3.524,92

      1.114,17

      1.277,23

      1.671,85

         2.012,48

1994

        3.794,22

      1.136,45

      1.315,55

      1.755,45

         2.141,28

1995

        4.494,28

      1.159,18

      1.355,01

      1.843,22

         2.278,32

1996

        5.739,63

      1.182,36

      1.395,66

      1.935,38

         2.424,13

1997

        7.447,03

      1.206,01

      1.437,53

      2.032,15

         2.579,27

1998

        8.630,74

      1.230,13

      1.480,66

      2.133,76

         2.744,35

1999

      10.481,21

      1.254,73

      1.525,08

      2.240,44

         2.919,99

2000

      10.729,34

      1.279,83

      1.570,83

      2.352,47

         3.106,87

2001

      10.208,63

      1.305,43

      1.617,96

      2.470,09

         3.305,70

2002

        9.213,42

      1.331,53

      1.666,50

      2.593,59

         3.517,27

2003

        9.006,50

      1.358,16

      1.716,49

      2.723,27

         3.742,37

2004

      10.315,49

      1.385,33

      1.767,99

      2.859,44

         3.981,89

2005

      10.546,20

      1.413,03

      1.821,03

      3.002,41

         4.236,73

2006

      11.409,52

      1.441,29

      1.875,66

      3.152,53

         4.507,88

2007

      13.178,26

      1.470,12

      1.931,93

      3.310,16

         4.796,38

2008

      11.243,75

      1.499,52

      1.989,88

      3.475,66

         5.103,35

2009

        7.757,77

      1.529,51

      2.049,58

      3.649,45

         5.429,97

* Il valore medio giornaliero del Dow Jones per il 2009 è aggiornato al 31/03/2009.

Quindi in base alle motivazioni sopra esposte, prevediamo che il Dow Jones scenderà tra il 60% ed il 90% e forse anche oltre, rispetto al valore massimo raggiunto ad ottobre 2007, perchè pensiamo si possano innescare fenomeni, come il panico, che possono contribuire a farlo scendere ulteriormente, sia pure momentaneamente. Una volta che il Dow Jones e le imprese si saranno liberate di tutto il capitale sovraccumulato, torneranno a fare profitti, sia pure con un tasso medio inferiore a quello dei cicli anteriori.

Può anche accadere che i grossi aiuti elargiti dai governi alle imprese in crisi, creando l’illusione di aver arginato la crisi, possano differire tale caduta. Con o senza aiuti la caduta sarà inevitabile; gli aiuti possono solo differirla perchè la ragione essenziale del capitale è il profitto e la sovraccumulazione non permette di continuare a fare profitti. L’unico modo per il capitale di tornare a fare profitto è – ripetiamo – svalutarsi, liberarsi di tutto il capitale in ecceso.

Confronto matematico con la crisi del 1929

Dato che il Dow Jones, alla fne degli anni 70 sconta l’accrescimento fittizio che ottiene durante il periodo 1971 – 1979, in virtù del credito illimitato a partire dal 1971, per un confronto della crisi attuale con la crisi del 1929, partiamo dunque dal 1979.

Prima dell’inizio di questa crisi, l’indice Dow Jones della borsa di New York aveva raggiunto un massimo a 14.164,53 punti il 9 di ottobre del 2007; nel 1979 era stato mediamente 844,40 punti. In questi 29 anni si è dunque accresciuto di quasi 16 volte, esattamente del 1.577,47%. Nello stessio periodo il PIL statunitense passando da 2.563,3 miliardi di dollari a 13.807,5 si è accresciuto solamente di 4 volte, esattamente del 438,66%.

Nella crisi del 1929, anch’essa crisi di sovraccumulazione del capitale, il Dow Jones aveva raggiunto il livello massimo a 381.17 punti il 3 di settembre del 1929 e toccò il fondo a 41,22 punti l’8 luglio del 1932. Aver toccato il fondo a 41,22 ci dice che era retrocesso al valore che aveva nel 1898 ed esattamente quotava 41,25 l’8 di agosto del 1898. Tra l’08/08/1898 ed il 03/09/1927, valore massimo del Dow Jones prima della crisi, l’accrescimento era stato del 824,05%. Il PIL USA era passato dai 18,20 miliardi di dollari del 1898 ai 103,6 miliardi del 1929, con una crescita del 469,23%.

Osserviamo, innanzitutto che l’accrescimento del PIL nei due periodi presi in considerazione (1979–2007 e 1898–1929) è stato praticamente identico (+400% circa), mentre l’indice Dow Jones è cresciuto in maniera differente: +1.577,47% nel periodo 1979-2007 e +824,05% nel periodo 1898-1929. Ne deduciamo che la crisi attuale sarà peggiore di quella del 1929, perchè l’enorme accrescimento registratosi, determinerà un crollo più violento.

Considerando che le due crisi hanno molte analogie, determinate entrambe dalla forte sovraccumulazione, pensiamo di poter applicare lo schema della caduta del 1929 alla crisi odierna.

Nella crisi del 1929, nel giro di 846 sedute borsistiche, il valore del Dow Jones si contrae praticamente del 90%. Noi, per le ragioni esposte anteriormente, pensiamo che il Dow Jones possa scendere dai 14.164,53 raggiunti ad ottobre 2007 a circa 1.500 punti, che in virtù del panico e delle conseguenti forti vendite possa addirittura andare oltre. Nei nostri precedenti articoli avevamo ipotizzato un crollo del 90%. Nel presente scritto formuliamo due ipotesi di discesa: una ipotesi ottimistica a 3.649,43 (crescita media annua del 5% dal 1979 e dunque una svalutazione del 75%) ed una ipotesi realistica a 1.529,51 (crescita media annua del 2% dal 1979 ed una svalutazione del 90%).

Tabella N. 5
Andamento del Dow Jones durante la crisi del 1929/1932 e stima dell’andamento durante la crisi 2007/2011

Sedute di Borsa

Crisi 1929/32

Crisi 2007/201

Data

 Valore

Dif. %

Data o Seduta

Ipotesi ottimistica

Ipotesi realistica

 Valore

Dif. %

 Valore

Dif. %

         1

03/09/1929

 381,17

0,00%

09/10/2007

 14.164,53

0,00%

 14.164,53

0,00%

       30

07/10/1929

 345,72

-9,30%

19/11/2007

 12.958,44

-8,51%

 12.958,44

-8,51%

       60

18/11/1929

 227,56

-40,30%

03/01/2008

 13.056,72

-7,82%

 13.056,72

-7,82%

       90

28/12/1929

 238,43

-37,45%

15/02/2008

 12.348,21

-12,82%

 12.348,21

-12,82%

      120

03/02/1930

 266,54

-30,07%

01/04/2008

 12.654,36

-10,66%

 12.654,36

-10,66%

      150

12/03/1930

 272,13

-28,61%

13/05/2008

 12.832,18

-9,41%

 12.832,18

-9,41%

      180

16/04/1930

 292,20

-23,34%

25/06/2008

 11.811,83

-16,61%

 11.811,83

-16,61%

      210

23/05/1930

 270,01

-29,16%

07/08/2008

 11.431,43

-19,30%

 11.431,43

-19,30%

      240

30/06/1930

 226,34

-40,62%

19/09/2008

 11.388,44

-19,60%

 11.388,44

-19,60%

      270

06/08/1930

 234,38

-38,51%

31/10/2008

   9.336,93

-34,08%

   9.336,93

-34,08%

      300

12/09/1930

 241,17

-36,73%

15/12/2008

   8.564,53

-39,54%

   8.564,53

-39,54%

      330

18/10/1930

 185,29

-51,39%

29/01/2009

   8.149,01

-42,47%

   8.149,01

-42,47%

      356

19/11/1930

 187,57

-50,79%

09/03/2009

   6.547,05

-53,78%

   6.547,05

-53,78%

      360

24/11/1930

 188,27

-50,61%

13/03/2009

   7.223,98

-49,00%

   7.223,98

-49,00%

      372

09/12/1930

 176,50

-53,70%

31/03/2009

   7.608,92

-46,28%

   7.608,92

-46,28%

      390

31/12/1930

 164,58

-56,82%

390

   7.015,60

-50,47%

   6.935,10

-51,04%

      420

05/02/1931

 169,38

-55,56%

420

   7.386,33

-47,85%

   7.171,65

-49,37%

      450

14/03/1931

 180,76

-52,58%

450

   7.380,25

-47,90%

   7.031,40

-50,36%

      480

20/04/1931

 163,41

-57,13%

480

   6.062,02

-57,20%

   5.579,00

-60,61%

      510

25/05/1931

 132,87

-65,14%

510

   5.321,27

-62,43%

   4.704,08

-66,79%

      540

30/06/1931

 150,18

-60,60%

540

   6.848,81

-51,65%

   6.097,44

-56,95%

      570

05/08/1931

 134,10

-64,82%

570

   5.357,41

-62,18%

   4.471,88

-68,43%

      600

11/09/1931

 128,23

-66,36%

600

   5.486,22

-61,27%

   4.466,51

-68,47%

      630

17/10/1931

 102,28

-73,17%

630

   4.489,44

-68,31%

   3.335,55

-76,45%

      660

23/11/1931

96,60

-74,66%

660

   4.992,08

-64,76%

   3.704,03

-73,85%

      690

31/12/1931

  77,90

-79,56%

690

   4.257,65

-69,94%

   2.835,42

-79,98%

      720

05/02/1932

  75,00

-80,32%

720

   4.594,19

-67,57%

   3.037,79

-78,55%

      750

14/03/1932

  81,12

-78,72%

750

   4.678,78

-66,97%

   2.988,21

-78,90%

      780

19/04/1932

  59,75

-84,32%

780

   3.406,63

-75,95%

   1.581,89

-88,83%

      810

24/05/1932

  50,85

-86,66%

810

   3.619,42

-74,45%

   1.660,51

-88,28%

      840

29/06/1932

  43,66

-88,55%

840

   3.432,36

-75,77%

   1.339,28

-90,54%

      846

08/07/1932

  41,22

-89,19%

846

   3.558,76

-74,88%

   1.438,84

-89,84%

Nella Tabella n. 5, proponiamo l’andamento del Dow Jones ogni 30 sedute, durante la crisi del 1929; parallelamente proponiamo una stima dell’andamento del Dow Jones durante la crisi 2007/2011. Riteniamo che questa crisi durerà per tutto il 2010 e probabilmente arriverà fino al 2011.

Nella parte sinistra della tabella, si riportano dunque i dati della crisi del 1929. La seduta numero 1 indica quella in cui l’indice Dow Jones raggiunse il massimo; in seguito i valori dell’indice ogni 30 sedute, e le rispettive date, fino alla seduta in cui tocca il fondo (nella seduta dell’8 luglio 1932, che corrisponde alla  n. 849 dal raggiungimento del massimo il 3 di settembre del 1929). Nella parte destra della tabella, si riportano i dati della crisi odierana, a partire dalla seduta in cui il Dow Jones ha raggiunto il suo punto massimo (la n. 1) e successivamente ogni 30 sedute. I dati stimati sono stati calcolati sulla base degli indici reali raggiunti al 31 marzo. Alla data odierna, 31/03/2009, il Dow Jones ha perso il 46,28% dal suo valore massimo; i successivi dati rapprsentano le stime del Dow Jones mentre prosegue la sua discesa fino al valore minimo di circa 3.500 punti (ipotesi ottimistica) o 1.500 punti nell’ipotesi che noi consideriamo più realistica.

Nel seguente Grafico n. 1 vediamo graficamente l’andamento della crisi del 1929 e l’andamento della crisi odierna, scondo le due ipotesi formulate.

Grafico n. 1
Andamento della crisi del 1929 e della crisi odierna nelle 2 ipotesi formulate

 

Fino ad ora, dopo 372 sedute dal raggiungimento dei rispettivi massimi, l’andamento dell’indice ha seguito uno schema simile, con una caduta progressiva, anche se durante la crisi del 1929 la caduta iniziale fu più brusca. Partendo da questa considerazione, riteniamo che lo schema del 1929 si possa contnuare ad applicare anche nel prosiego di questa crisi odierna (Tabella n. 5). Da notare che in queste 372 sedute, più volte nella crisi attuale il Dow Jones si è ritrovato ad avere perdite superiori a quelle che aveva alla corrispondente data durante la crisi del 1929; l’ultima volta il 9 marzo del 2009, quando il Dow Jones era a 6.547,05 punti e stava cadendo del 53,78% rispetto al suo massimo primo della crisi; alla corrispondente seduta della crisi del 1929, cedeva solamente (si fa per dire) del 50,79%. Ciò si apprezza anche nel grafico 1.

Entrambi i periodi sono caratteriazzzati da grande volatilità, sia in senso negativo, che in senso positivo; a giornate di grandi ribassi si sono alternate giornate di grandi rimbalzi, tra i più alti della storia della borsa di New York (6). Ad ogni grande rialzo, si grida alla fine della crisi, come successo ad esempio il 23/03/2009, quando il Dow Jones è aumentato in una sola seduta del 6,84%: il 21º aumento più alto nella storia del Dow Jones (dal 1895 ad oggi)! Niente affatto! Il Dow Jones contnuerà a scendere anche se alternerà giornate di grande crescita.

Nella seguente Tabella n. 6 riportiamo i più alti rialzi giornalieri del Dow Jones dal 1895 ad oggi.

Il 13/10/2008 ed il 28/10/2008 c’erano stati due dei più grandi rialzi di tutta la storia della borsa, rispettivamente 11,08% (il quinto rialzo più alto della storia del Dow Jones) e 10,88%. (il sesto più alto). Anche durante la crisi del 1929 c’erano state giornate di grandi rialzi (7), ad esempo il 6 ottobre 1931 l’inidice Dow Jones cresce del 14,87% (il secondo rialzo più alto della storia) ed il 30 ottobre del 1929 aumenta del 12,34% (il terzo più alto). Anche allora, esattamente come oggi, la borsa in piena crisi, quando mancava ancora molto per toccare il fondo, conobbe giornate di grande crescita. Se analizziamo i 25 più grandi rialzi della borsa d New York (Tabella n. 6), scopriamo che ben 12 si sono avuti durante la crisi del 1929 (03/09/1929-08/07/1932) e 4 durante la crisi odierna. Questo significa che nel prosiego di questa crisi ci saranno ancora numerose giornate di forte rialzo, senza che ciò significhi la fine della crisi stessa.

In conclusione, applicando matematicamente e graficamente lo schema della crisi del 1929 alla crisi attuale, nel giro di un paio di anni l’indice Dow Jones della borsa di New York raggiungerà livelli attorno a 1.500 punti, ossia si sara ridotto di circa il 90%. Questa la nostra previsione sulla crisi odierna, con tutte le pesanti conseguenze che ne deriveranno.

Tabella N. 6
I principali rialzi giornalieri dell’indice Dow Jones
(03/05/1895 – 31/03/2009)

N

Data

Valore

Var %

Nota

1

15/03/1933

     62,10

15,34%

-

2

06/10/1931

     99,34

14,87%

Crisi 1929/1932

3

30/10/1929

    258,47

12,34%

Crisi 1929/1932

4

21/09/1932

     75,16

11,36%

-

5

13/10/2008

 9.387,61

11,08%

Crisi 2007/2011

6

28/10/2008

 9.065,12

10,88%

Crisi 2007/2011

7

21/10/1987

 2.027,85

10,15%

-

8

03/08/1932

     58,22

9,52%

-

9

11/02/1932

     78,60

9,47%

Crisi 1929/1932

10

14/11/1929

    217,28

9,36%

Crisi 1929/1932

11

18/12/1931

     80,69

9,35%

Crisi 1929/1932

12

13/02/1932

     85,82

9,19%

Crisi 1929/1932

13

06/05/1932

     59,01

9,08%

Crisi 1929/1932

14

19/04/1933

     68,31

9,03%

-

15

08/10/1931

    105,79

8,70%

Crisi 1929/1932

16

10/06/1932

     48,94

7,99%

Crisi 1929/1932

17

05/09/1939

    148,12

7,26%

-

18

03/06/1931

    130,37

7,12%

Crisi 1929/1932

19

06/01/1932

     76,31

7,12%

Crisi 1929/1932

20

26/09/2002

 7.997,12

6,89%

-

21

23/03/2009

 7.775,86

6,84%

Crisi 2007/2011

22

14/10/1932

     63,84

6,83%

-

23

15/03/1907

     59,58

6,69%

-

24

13/11/2008

 8.835,25

6,67%

Crisi 2007/2011

25

20/06/1931

    138,96

6,64%

Crisi 1929/1932

I giorni della crisi 2007/2011

Noi pensiamo che questa crisi sarà lunga e che possa toccare il fondo solamente nel 2010 o addirittura nel 2011. Questo il tempo necessario al capitale di liberarsi di tutto il sovraccumulo artificiale. Il Dow Jones, dopo aver raggiunto il suo massimo storico, per quanto riguarda il dato della chiusura di una giornata borsistica il 09/10/2007, raggiunge il massimo assoluto durante la seduta dell’11/10/2007, quando tocca i 14.279,96 punti. Da allora, toccata la vetta, è inevitabilmente cominciata la discesa.

I primi avvisagli veri della crisi si ebbero a marzo del 2008, quando varie sedute consecutiva si chiudono negativamente e portano l’indice a -17,12% (il 10/03/2008). Solamente una decina di giorni prima, il 27 febbraio, era ancora a -10,38%. Dopo aver toccato gli 11.740,15 punti il 10 marzo, l’indice risale fino ai 13.058,20 punti il 2 maggio.

Dopo le avvisaglie di marzo, a giugno si intuisce chiaramente che l’economia sta andando verso la crisi; infatti, il 6 giugno e poi nuovamente il 26 giugno il Dow Jones perde oltre il 3%. Il 15 luglio scende sotto gli 11.000 punti, esattamente a 10.962,54. Con l’estate, però anche la crisi sembra andare in vacanza e nei due mesi successivi l’indice si stabilizza sugli 11.000 punti. Il 15 settembre la crisi esplode in tutta la sua virulenza: l’indice perde oltre il 4%; si replica il 17 settembre con un altro 4% in meno. Il 29 settembre perde il 6.98% e scende definitivamente sotto gli 11.000 punti. Ad ottobre vi sono numerose sedute negative, in particolare quelle del 9 e del 15 con perdite giornaliere superiori al 7%. Come abbiamo visto non mancano le giornate di forti rialzi, ma non riecono ad impedire la progressiva discesa. Alla fine di ottobre l’indice è di poco al di sopra dei 9.000 punti.

A novembre si hanno numerose sedute con l’indice fortemente negativo, tra il –3% ed il -5%, che lo portano sotto gli 8.000 punti (il 19 novembre), fino ai 7.552 punti del 20 novembre. Dopo questa forte caduta, le festività natalizie e di fine anno, l’elezione di Barack Obama a presidente degli USA ed i grossi finanziamenti concessi alle imprese in crisi sembrano far tornare la fiducia nei mercati ed il Dow Jones risale fino ad oltre 9.000 punti (2 gennaio 2009). Ma l’euforia dura poco: una serie di sedute negative con perdite giornaliere dell’ordine del -3%/-4% lo ributtano giù fino a scendere al di sotto dei 7.000 punti ed il 9 marzo tocca il minimo (per il momento) a 6.547,05. In quella data l’indice Dow Jones faceva segnare una perdita del 53,78% rispetto al suo massimo prima della crisi (09/10/2007). Per trovare un indice ad un livello così basso bisogna tornare indietro fino al 14 aprile del 1997, quando segnava 6.451 punti.

Dopo aver toccato questo minimo, inizia a risalire e con una serie di sedute tutte positive l’inidice arriva fin quasi alla soglia degli 8.000 punti. Il 9 marzo, quando l’indice è sceso a 6.547 punti ha toccato il fondo? Quel dato ha rappresentato il punto più basso della crisi? Come analizzato in precedenza, noi riteniamo di no per le ragioni esposte e pensiamo che tornerà a scendere nuovamente.

La crisi del 1929 fu così devastante che sfociò nella seconda guerra mondiale e l’economia USA (e mondiale) si riprese grazie alla riconversione degli impianti industriali ad uso bellico. Al Dow Jones occorsero 9.212 giorni, ossia 25 anni, 2 mesi e 20 giorni per tornare ai livelli massimi anteriori la crisi (3 di settembre del 1929); infatti, solamente il 23 di novembre del 1954 l’indice Dow Jones tornò ai livelli anteriori la crisi, quando arriva a 382,74 punti.

Se contnuiamo ad applicare lo schema della crisi del 1929 anche per il dopo crisi, potremmo aspettarci un Dow Jones nuovamente oltre i 14.000 punti solamente dopo il 2030!

In realtà - come da premessa - riteniamo che questa crisi segni il tramonto definitivo degli Stati Uniti come superpotenza. Barack Obama, il primo presidente nero degli USA potrebbe essere il Romolo Augustolo (8) dell’impero statunitense; ossia la crisi potrebbe essere così devastante da creare le premesse per la fine dell’unione, per la fine degli stessi Stati Uniti e dunque anche la borsa di Wall Streth ne verrebbe fortemente e definitivamente ridimensionata. Esattamente come succeso all’impero britannico ed alla borsa di Londra, dopo la crisi del 1873. Ovviamente dalla crisi il sistema ne uscirà trasformato, con nuovi scenari e nuovi attori, con un baricentro del mondo sempre più spostato verso l’Asia, L’America Latina e l’Africa.

L’andamento delle principali borse del mondo

A seguito della pubblicazione delle nostre previsioni (primo articolo del 09/10/2008 (9) qualcuno ci ha scritto per dirci che è una ipotsi assurda, quella di pensare che una borsa, oggi, possa scendere del 90%, soprattutto se si pensa ai numerosi organismi e controlli esistenti (tipo Consob), alle possibilità di manovra degli organi competenti e agli interventi preventivi dei governi “coscienti” (testuali parole del nostro interlocutore anonimo). Assurdo che, oggi una borsa possa scendere del 90%?

Premesso che riteniamo impossibile che la crisi possa essere risolta con le decisioni adottate e/o adottabili dagli organi competenti, dai governi “coscienti”, dal G20, dal G8, dal G7, ecc..., perchè il problema è solamente uno e torniamo a ribadirlo: il capitalismo ha come unico fine il profitto. Il capitale in questi ultimi tre decenni si è sopravvalutato così enormemente che non è più in grado di fare profitto; l’unico modo per tornare a fare profitto è svalutandosi, ossia liberandosi di tutto il capitale accumulato artificialmente.

Alla fine di questo processo di svaluazione, sopravviveranno solo le imprese vere, solide, quelle in grado di continuare a fare profitto; si determinerà una ulteriore concentrazione e molte di quelle che fino a pochi giorni fa erano considerate dei giganti (tipo Citigroup che ancora nel 2007 era la quarta multinazionale più grande al mondo, o la General Motors, o la Fiat in Italia) spariranno. Il capitale ovviamente non sparisce, semplicemente si ristruttura, dando luogo a nuovi giganti. Il Governo USA e tutti gli altri organismi (G20, G7, G8, Banco Mondiale, FMI, ecc...) potranno dare tutti i miliardi del mondo, ad esempio alla moribonda industria automobilistica General Motors, ma non potranno impedire la sua fuoriuscita dal mercato. L’unico effetto che otterranno è differire di qualche mese la sua definitiva morte. Perchè? La GM è semplicemente una impresa capitalistica, che vive di profitti, ma non tornerà mai più a fare profitto perchè questa impresa statunitense non può più essere competitiva con le fabbriche automobilistiche dell’India, o del Pakistan, o dell’Iran, o della Cina che stanno per inondare i propri mercati nazionali con auto dal prezzo di 1.500 euro. La GM o la FIAT che producono auto vendibili ad un prezzo non inferiore ai 6/7.000 euro mai più riusciranno a vendere auto in queste zone del mondo. Non solo: queste stesse auto indiane, cinesi, pakistane, iraniane, ecc... inonderanno i mercati mondiali e per quante misure protezionistiche vorranno e potranno adottare i governi USA ed occidentali, con dazi doganali del 100%, o del 200%, queste auto risulteranno sempre più convenienti rispetto a quelle della General Motors o della FIAT.

L’economia duqnue si riprende, ricomincia un nuovo ciclo espansivo, con nuovi attori, ma con lo stesso capitale ristrutturato: il capitale della General Motors o della Fiat, ad esempio, non si vaporizza, non sparisce da un momento all’altro, semplicemente si ristruttura, viene investito in altri settori o nelle industrie dello stesso settore ma in altri paesi, in altre aree a maggior profitto rispetto alle zone di origine, dove il costo del lavoro è infinitamente più basso, con paghe di pochi centesimi di dollari l’ora, che rasentano la schiavitù.

Ciò che realmente cambia è solamente il saggio di profitto, che tenderà ovviamente a scendere, creando la premessa per una nuova crisi più ravvicinata nel tempo, fino al giorno in cui ...

Torniamo allo scetticismo del nostro anonimo interlocutore per il quale, oggi, grazie ai governi “coscienti” è impossibile che una borsa possa scendere del 90%! Infatti ... la borsa islandese, ad esempio, alla data odierna (31/03/2009) non è scesa del 90%! Ha ragione il nostro interlocutore anonimo! Ci siamo sbagliati! La borsa islandese sta perdendo esattamente il 95,03% del suo valore che aveva solamente 539 giorni fa, ossia il 9 di ottobre del 2007. Un risparmiatore che un anno e mezzo fa aveva un milione di euro (dunque non un cittadino comune che al massimo vive di 1.000 euro al mese), investiti nella borsa islandese oggi si ritrova con meno di 50.000 euro.

La risposta è duqnue nell’analisi delle principali borse mondiali, che stiamo seguendo dal 2007, da quando avevamo intuito che stava per scoppiare la crisi. Oggi siamo arrivati a monitorare quasi un centinaio di borse, in pratica quasi tutte le borse del mondo o comuqnue i due terzi delle borse mondali. Ovviamente solo una ventina hanno veramente voce in capitolo e tra tutte, quella di New York, con una capitalizzazione che nel 2007 era pari al PIL degli Stati Uniti, a indicare la via.

Se il Dow Jones sta sperimentando attualmente un crollo che si aggira attorno al 45%-50%, altre importanti borse stanno avendo crolli ben superiori, che passano il 60%, il 70%, l’80% e perfino – come visto – il 90%.

Nella seguente Tabella n. 7 riportiamo l’andamento delle principali borse del mondo dal 9 ottobre 2007 ad oggi.

Tabella N. 7
Andamento delle principali borse del mondo
(09/10/2007 – 31/03/2009)

N

Paese

Continente

09/10/2007

31/03/2009

Var. %

1

Iceland

Europa

7.779,60

386,80

-95,03%

2

Bulgaria

Europa East

1.943,65

278,28

-85,68%

3

Chipre

Asia

5.134,62

928,99

-81,91%

4

Macedonia

Europa East

10.226,48

1.919,56

-81,23%

5

Serbia

Europa East

4.481,58

844,36

-81,16%

6

Ukraine

Europa East

1.094,07

227,34

-79,22%

7

Montenegro

Europa East

1.979,01

411,73

-79,20%

8

Romania

Europa East

10.267,21

2.367,47

-76,94%

9

Vietnam

Asia South-East

1.097,36

280,67

-74,42%

10

Ireland

Europa

8.390,48

2.193,95

-73,85%

11

Lithuania

Europa East

588,64

159,86

-72,84%

12

Latvia

Europa East

756,84

208,87

-72,40%

13

Croatia

Europa East

5.216,10

1.451,32

-72,18%

14

Slovenia

Europa East

11.993,13

3.547,16

-70,42%

15

Estonia

Europa East

870,89

268,22

-69,20%

16

Bosnia and Herzegovina

Europa East

2.987,55

920,42

-69,19%

17

Greece

Europa

5.247,34

1.684,37

-67,90%

18

Russia

Europa East

2.141,79

689,63

-67,80%

19

Japan (Osaka)

Asia East

1.359,58

467,94

-65,58%

20

Luxembourg

Europa

2.551,15

883,36

-65,37%

21

Austria

Europa

4.786,03

1.696,62

-64,55%

22

Finland

Europa

12.077,64

4.601,24

-61,90%

23

Nigeria

Africa

51.037,53

19.825,08

-61,16%

24

Belgium

Europa

4.499,07

1.748,74

-61,13%

25

Poland

Europa East

61.752,98

24.036,12

-61,08%

26

Netherlands

Europa

550,72

216,98

-60,60%

27

Czech Republic

Europa East

1.883,40

749,70

-60,19%

28

Hungary

Europa East

27.704,10

11.071,85

-60,04%

29

Italy

Europa

31.925,00

12.855,00

-59,73%

30

China (Shanghai)

Asia East

5.715,89

2.373,21

-58,48%

31

Peru

America South

22.034,66

9.237,65

-58,08%

32

Mongolia

Asia East

11.596,98

5.049,82

-56,46%

33

Singapore

Asia South-East

3.865,75

1.699,99

-56,02%

34

Turkey

Asia

57.910,57

25.764,83

-55,51%

35

Denmark

Europa

513,01

228,36

-55,49%

36

China (Shenzhen)

Asia East

19.318,17

8.981,95

-53,51%

37

Bermuda

America North

5.079,07

2.382,59

-53,09%

38

Japan (Nikkei 225)

Asia East

17.159,90

8.109,53

-52,74%

39

Pakistan

Asia South-East

14.484,56

6.860,22

-52,64%

40

Namibia

Africa

1.007,58

478,83

-52,48%

41

Norway

Europa

563,93

269,49

-52,21%

42

France

Europa

5.861,93

2.807,34

-52,11%

43

China (Hong Kong)

Asia East

28.228,04

13.576,02

-51,91%

44

Portugal

Europa

12.690,66

6.174,74

-51,34%

45

Argentina

America South

2.291,84

1.125,95

-50,87%

46

Sweden

Europa

404,10

200,10

-50,48%

47

Thailand

Asia South-East

867,59

431,50

-50,26%

48

Spain

Europa

1.626,89

820,67

-49,56%

49

USA (S&P)

America North

1.565,15

797,87

-49,02%

50

Egypt

Africa

783,04

400,65

-48,83%

51

Germany

Europa

7.980,44

4.084,76

-48,82%

52

Kuwait

Asia Middle East

13.040,50

6.745,30

-48,27%

53

Philippines

Asia South-East

3.776,00

1.986,22

-47,40%

54

Japan (Jasdaq)

Asia East

77,77

41,04

-47,23%

55

Australia

Oceania

6.687,70

3.532,30

-47,18%

56

India (Bombey Sensex)

Asia South-East

18.280,24

9.708,50

-46,89%

57

USA (Dow Jones)

America North

14.164,53

7.608,92

-46,28%

58

Switzerland

Europa

9.137,80

4.927,43

-46,08%

59

Taiwan

Asia East

9.639,83

5.210,84

-45,94%

60

USA (Nasdaq)

America North

2.803,91

1.528,59

-45,48%

61

Malta

Europa

4.838,28

2.698,37

-44,23%

62

USA (Amex)

America North

2.416,87

1.359,33

-43,76%

63

Indonesia

Asia South-East

2.546,61

1.434,07

-43,69%

64

India (NSEI)

Asia South-East

5.327,25

3.020,95

-43,29%

65

Costa Rica

America Central

25.712,31

14.683,39

-42,89%

66

Kenya

Africa

4.900,89

2.805,03

-42,76%

67

Israele

Asia Middle East

1.155,53

666,14

-42,35%

68

Qatar

Asia Middle East

8.472,82

4.887,02

-42,32%

69

United Kingdom

Europa

6.615,40

3.926,14

-40,65%

70

New Zealand

Oceania

4.280,24

2.560,94

-40,17%

71

South Korea

Asia East

2.014,13

1.206,26

-40,11%

72

Saudi Arabia

Asia Middle East

7.724,57

4.703,75

-39,11%

73

Canada

America North

14.262,19

8.720,39

-38,86%

74

Mexico

America Central

31.801,69

19.626,75

-38,28%

75

Bahrain

Asia Middle East

2.570,50

1.595,85

-37,92%

76

Oman

Asia Middle East

7.356,30

4.628,64

-37,08%

77

Malaysia

Asia South-East

1.369,39

872,55

-36,28%

78

Sri Lanka

Asia South-East

2.560,03

1.638,06

-36,01%

79

Brazil

America South

63.549,00

40.925,87

-35,60%

80

South Africa

Africa

30.934,31

20.363,91

-34,17%

81

Botswana

Africa

9.764,58

6.451,30

-33,93%

82

United Arab Emirates

Asia Middle East

3.694,26

2.487,92

-32,65%

83

Mauritius

Africa

1.569,15

1.068,24

-31,92%

84

Chile

America South

3.405,14

2.478,94

-27,20%

85

Colombia

America South

10.682,59

8.022,97

-24,90%

86

Slovakia

Europa East

437,99

334,86

-23,55%

87

Iran

Asia Middle East

10.297,00

7.989,00

-22,41%

88

Jamaica

America Caribe

98.158,39

79.022,64

-19,49%

89

Lebanon

Asia Middle East

1.304,62

1.054,35

-19,18%

90

Marocco

Africa

26.547,93

21.736,62

-18,12%

91

Jordan

Asia Middle East

3.256,57

2.708,15

-16,84%

92

Bangladesh

Asia South-East

2.802,61

2.446,92

-12,69%

93

Venezuela

America South

38.470,51

43.674,30

13,53%

94

Tunisia

Africa

2.481,39

3.112,96

25,45%

Come si può osservare, solo due borse sono in attivo: quella del Venezuela e quella della Tunisia, che stanno guadagnando rispettivamente il 13% ed il 25%. Tutte le altre stanno perdendo. Nelle prime 20 posizioni, oltre alle uniche due che guadagnano anche le 18 che perdono meno rispetto alle altre, troviamo: 5 borse africane, 5 dell’America Latina, 9 asiatiche, di cui 6 del Medio Oriente ed una sola europea, la borsa della Repubblica di Slovacchia.

La prima borsa nordamericana è quella canadese, ventiduesima che perde poco meno del 40%; ventiseiesima la prima borsa dell’Europa, dopo quella della Slovacchia, ossia quella di Londra, che comunque perde il 40%; la prima borsa statuntense è la Amex al trentatreesimo posto, che perde oltre il 43%; la borsa di New York (NYSE), il cui indice è il nostro tanto studiato Dow Jones, sta perdendo oltre il 46% ed è al trentottesimo posto. La metà delle borse analizzate perde almeno il 50%. Nella liste delle peggiori 30 borse (che perdono dal 58% in poi) troviamo praticamente tutte borse europee ed in particolare dell’Europa dell’Est, con l’eccezione di una borsa africana (Nigeria) e tre asiatiche (la borsa cinese di Shangai, la borsa giapponese di Osaka, e quella vietnamita); tra le borse asiatiche andrebbe annoverata anche quella cipriota, che geograficamente appartiene al constinente asiatico, ma che economicamente è europea a tutti gli effetti, essendo Cipro membro della Unione Europea. Tra le peggiori borse del mondo, a parte la citata borsa islandese che perde il 95% troviamo quella bulgara che perde quasi l’86%, quelle di Cipro, Macedonia e Serbia con una perdita attorno all’81%; nove borse stanno perdendo oltre il 70%. La borsa italiana, che ha comuqnue recuperato in queste ultime due settimane, è sempre tra le peggiori, dato che perde poco meno del 60%, per l’esattezza il 59,73%.

Come preventivato nei precedenti aggiornamenti (10), un discorso a parte meritano le borse espressione del capitalismo cinese, che sarebbero andate incontro ad un recupero. Infatti – dicevamo - in considerazione degli stipendi estremamente bassi del proletariato cinese, incrementandoli anche di poco, la Cina avrebbe potuto far fronte al crollo delle esportazioni alimentando il mercato interno. E’ quello che sta succedendo in Cina e la riprova è data proprio dalla forte crescita, nel 2009 (Tabella n. 8) di due delle tre principali borse cinesi: la borza di Shenzhen (+38%) e quella di Shanghai (+30%). Le due borse cinesi sono accompagnate, in questa forte crescita da due borse del Sud America: la borsa peruana che cresce del 31% e quella venezuelana che si sta rivalutando del 25%.

Sono solamente venti le borse che stanno crescendo o comunque non stanno perdendo ed ancora un volta troviamo 6 borse del Sud America, 12 borse asitiche, 1 africana (Tunisia) ed 1 europea, la Russia, anch’essa in recupero. Anche nella graduatoria delle peggiori 20 borse del 2009 troviamo tante borse europee, ben 12 di cui 6 dell’Europa dell’Est, 4 asiatiche (compresa la cipriota), 2 africane e 2 americane (Bermuda e Costa Rica, quest’ultima la peggiore in assoluto per il 2009).

Tabella N. 8
Andamento delle principali borse del mondo nel 2009

N

Paese

Continente

End 2008

31/03/2009

Var. %

1

China (Shenzhen)

Asia East

6.485,51

8.981,95

38,49%

2

Peru

America South

7.048,67

9.237,65

31,06%

3

China (Shanghai)

Asia East

1.820,81

2.373,21

30,34%

4

Venezuela

America South

34.927,66

43.674,30

25,04%

5

Israele

Asia Middle East

568,11

666,14

17,26%

6

Pakistan

Asia South-East

5.865,01

6.860,22

16,97%

7

Taiwan

Asia East

4.591,22

5.210,84

13,50%

8

Russia

Europa East

631,89

689,63

9,14%

9

Brazil

America South

37.550,00

40.925,87

8,99%

10

Sri Lanka

Asia South-East

1.503,02

1.638,06

8,98%

11

Tunisia

Africa

2.892,40

3.112,96

7,63%

12

South Korea

Asia East

1.124,47

1.206,26

7,27%

13

Colombia

America South

7.560,68

8.022,97

6,11%

14

Philippines

Asia South-East

1.872,85

1.986,22

6,05%

15

Indonesia

Asia South-East

1.355,41

1.434,07

5,80%

16

Chile

America South

2.376,42

2.478,94

4,31%

17

Argentina

America South

1.079,66

1.125,95

4,29%

18

United Arab Emirates

Asia Middle East

2.390,01

2.487,92

4,10%

19

India (NSEI)

Asia South-East

2.959,15

3.020,95

2,09%

20

India (Bombey Sensex)

Asia South-East

9.647,31

9.708,50

0,63%

21

Norway

Europa

270,20

269,49

-0,26%

22

Malaysia

Asia South-East

876,75

872,55

-0,48%

23

Jamaica

America Caribe

80.152,03

79.022,64

-1,41%

24

Jordan

Asia Middle East

2.758,44

2.708,15

-1,82%

25

Sweden

Europa

204,22

200,10

-2,02%

26

Saudi Arabia

Asia Middle East

4.802,99

4.703,75

-2,07%

27

Estonia

Europa East

274,83

268,22

-2,41%

28

Portugal

Europa

6.341,30

6.174,74

-2,63%

29

USA (Amex)

America North

1.397,53

1.359,33

-2,73%

30

Canada

America North

8.987,70

8.720,39

-2,97%

31

USA (Nasdaq)

America North

1.577,03

1.528,59

-3,07%

32

Austria

Europa

1.750,83

1.696,62

-3,10%

33

Australia

Oceania

3.659,30

3.532,30

-3,47%

34

Singapore

Asia South-East

1.761,56

1.699,99

-3,50%

35

Slovenia

Europa East

3.695,72

3.547,16

-4,02%

36

Turkey

Asia

26.864,07

25.764,83

-4,09%

37

Thailand

Asia South-East

449,96

431,50

-4,10%

38

Marocco

Africa

22.940,28

21.736,62

-5,25%

39

South Africa

Africa

21.509,20

20.363,91

-5,32%

40

Japan (Osaka)

Asia East

495,00

467,94

-5,47%

41

China (Hong Kong)

Asia East

14.387,48

13.576,02

-5,64%

42

New Zealand

Oceania

2.715,71

2.560,94

-5,70%

43

Greece

Europa

1.786,51

1.684,37

-5,72%

44

Egypt

Africa

427,18

400,65

-6,21%

45

Ireland

Europa

2.343,27

2.193,95

-6,37%

46

Slovakia

Europa East

359,18

334,86

-6,77%

47

Iran

Asia Middle East

8.656,00

7.989,00

-7,71%

48

Denmark

Europa

247,72

228,36

-7,82%

49

Botswana

Africa

7.035,50

6.451,30

-8,30%

50

Belgium

Europa

1.908,64

1.748,74

-8,38%

51

Japan (Nikkei 225)

Asia East

8.859,56

8.109,53

-8,47%

52

Mongolia

Asia East

5.583,22

5.049,82

-9,55%

53

Hungary

Europa East

12.241,69

11.071,85

-9,56%

54

Mauritius

Africa

1.182,75

1.068,24

-9,68%

55

Luxembourg

Europa

980,91

883,36

-9,94%

56

Bosnia and Herzegovina

Europa East

1.027,94

920,42

-10,46%

57

Lebanon

Asia Middle East

1.178,25

1.054,35

-10,52%

58

Lithuania

Europa East

179,25

159,86

-10,82%

59

Switzerland

Europa

5.534,50

4.927,43

-10,97%

60

Vietnam

Asia South-East

315,62

280,67

-11,07%

61

United Kingdom

Europa

4.434,20

3.926,14

-11,46%

62

Bahrain

Asia Middle East

1.804,07

1.595,85

-11,54%

63

USA (S&P)

America North

903,25

797,87

-11,67%

64

Poland

Europa East

27.228,64

24.036,12

-11,72%

65

Netherlands

Europa

245,94

216,98

-11,78%

66

Mexico

America Central

22.380,32

19.626,75

-12,30%

67

Montenegro

Europa East

469,53

411,73

-12,31%

68

Bangladesh

Asia South-East

2.795,33

2.446,92

-12,46%

69

Czech Republic

Europa East

858,20

749,70

-12,64%

70

France

Europa

3.217,97

2.807,34

-12,76%

71

Macedonia

Europa East

2.213,89

1.919,56

-13,29%

72

USA (Dow Jones)

America North

8.776,39

7.608,92

-13,30%

73

Kuwait

Asia Middle East

7.782,60

6.745,30

-13,33%

74

Namibia

Africa

556,26

478,83

-13,92%

75

Italy

Europa

15.096,00

12.855,00

-14,84%

76

Finland

Europa

5.403,52

4.601,24

-14,85%

77

Japan (Jasdaq)

Asia East

48,20

41,04

-14,85%

78

Oman

Asia Middle East

5.441,12

4.628,64

-14,93%

79

Germany

Europa

4.810,20

4.084,76

-15,08%

80

Chipre

Asia

1.101,42

928,99

-15,66%

81

Croatia

Europa East

1.722,25

1.451,32

-15,73%

82

Malta

Europa

3.208,22

2.698,37

-15,89%

83

Spain

Europa

975,97

820,67

-15,91%

84

Romania

Europa East

2.901,10

2.367,47

-18,39%

85

Kenya

Africa

3.521,18

2.805,03

-20,34%

86

Bulgaria

Europa East

358,66

278,28

-22,41%

87

Latvia

Europa East

271,29

208,87

-23,01%

88

Ukraine

Europa East

301,42

227,34

-24,58%

89

Qatar

Asia Middle East

6.886,12

4.887,02

-29,03%

90

Serbia

Europa East

1.198,34

844,36

-29,54%

91

Bermuda

America North

3.417,00

2.382,59

-30,27%

92

Iceland

Europa

581,76

386,80

-33,51%

93

Nigeria

Africa

31.446,96

19.825,08

-36,96%

94

Costa Rica

America Central

29.079,16

14.683,39

-49,51%

Nei prossimi sei mesi, ossia dopo l’estate, in autunno, avremo sicuramente un quadro più chiaro circa l’andamento della crisi, che a nostro modo di vedere – purtroppo – raggiungerà livelli più profondi e drammatici, ma ancora ben lontani dal toccare il fondo.

Attilio Folliero

Ultimo aggiornamento: Caracas, 31/03/2009

Tutto il materiale è Copyleft, utilizzabile da chiunque sia interessato, con preghiera di citazione della fonte

(1) Attilio Folliero è un poltologo italiano residente in Venezuela (Caracas); è laureato in Scienze Politiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Già fondatore del sito Web “La Patria Grande di Caracas – Medio Alternativo Indipendente” è disponibile a participare ad incontri e dibattiti sul tema della crisi; inoltre è disponibile a collaborare con riviste e giornali, università, scuole, enti ed imprese. Per ulteriori informazioni ricercare in Google “Attilio Folliero”

(2) Vedasi nostro articolo precedente “Crisi del 2008: possibile una forte riduzione del Dow Jones, anche del 90%

(3) Krassimir Petrov, Worse than the Great Depression, Url:  www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=12121;

(5) Vedasi “Debito pubblico in USA dal 1790

(6) Vedasi l’articolo “Due crisi a confronto: quella del 1929 e quella odierna

(7) Per un’analisi dettagliata del Dow Jones vedasi “Analisi del  Dow Jones dal 1895 ad oggi

(8) Romolo Augustolo fu l’ultimo imperatore romano d’occidente. Fu chiamato così in onore al primo re di Roma ed al primo imperatore; il nome Augustulus (Augusto da poco) aveva però un significato spregiativo sia per la sua giovane età, sia per le sue scarse capacità politiche. Di fatto non governò mai ed il potere fu gestito dal padre, Oreste, un generale di Attila. Era stato lo stesso Oreste, con l’appoggio delle truppe d’invasione germaniche, a deporre il precedente imperatore romano, Giulio Nepote ed innalzare il figlio Romolo al trono imperiale. La deposizione di Romolo Augustolo, il 23 agosto del 476, cui seguì la proclamazione di Odoacre a re d’Italia, segnò la fine dell’impero romano d’occidente.

(9) Vedi nota n. 2

(10) Vedi nota n. 2

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